CONSULENTE AI - VERONA

Aiuto chi pensa a lavorare meglio con l'intelligenza artificiale

Non parto dagli strumenti. Parto da come lavori, da cosa vuoi proteggere, da dove perdi tempo. Poi costruiamo qualcosa che funziona anche quando non ci sono io.

Andrea Brugnoli
  • Formatore da 30 anni
  • Filosofia applicata all'AI
  • Workflow Notion + AI
  • Podcast La mia vita spaziale
Persona sorridente con pantaloni neri e occhiali che tiene in mano una cartella e si sistema gli occhiali.

✓ Compatibile Fondi Interprofessionali · FSE · Bandi regionali

Officina AI

PERCORSO PER LE PMI - DURATA: 8-16 ore - PARTECIPANTI: 4-12 persone

Un laboratorio sui processi reali dell'azienda.

Ogni partecipante esce con strumenti già in uso, non con appunti.

Parliamone

Non è un corso sull'AI.

Si parte dai processi specifici dell'azienda (dove si perde tempo, cosa si gestisce male, cosa si fa due volte) e si costruiscono assistenti e workflow su quei casi concreti.

Ogni modulo alterna analisi, costruzione e test.

Modulo 1

4h

Mappatura e opportunità: fotografia dell'AI in azienda, selezione dei casi concreti

Modulo 2

4h

Costruzione assistenti: prompt strutturati, basi di conoscenza, test iterativi

Modulo 3

4h (opz.)

Workflow: collegare l'AI ai flussi di lavoro esistenti, documenti, email, report

Modulo 4

4h (opz.)

Consolidamento: documentazione, linee guida GDPR, come estendere ad altri reparti

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Un laboratorio sui processi reali dell'azienda.

Ogni partecipante esce con strumenti già in uso, non con appunti.

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Non è un corso sull'AI.

Si parte dai processi specifici dell'azienda (dove si perde tempo, cosa si gestisce male, cosa si fa due volte) e si costruiscono assistenti e workflow su quei casi concreti.

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Consolidamento: documentazione, linee guida GDPR, come estendere ad altri reparti

Incontro preliminare

Analisi dei processi

Costruzione degli strumenti

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Stai usando l'AI, ma non sta cambiando nulla?

Scopri l'AI che lavora come lavori tu

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Usi l'AI per scrivere email, ma ogni volta devi rispiegare chi sei e come lavori?

Logo astratto nero con contorni curvi e angolari intrecciati su sfondo bianco.

Hai provato ChatGPT, ma i risultati sono generici e non parlano il linguaggio del tuo settore?

Icona nera a quattro punte scintillanti su sfondo bianco

Ti mancano ancora le stesse ore di prima, solo con uno strumento in più sul desktop?

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Se sei un avvocato, un consulente finanziario o un professionista autonomo, probabilmente stai usando l'AI come un motore di ricerca evoluto. Funziona, ma non basta.

Il vero salto non è usare l'AI: è costruire un sistema che conosce il tuo lavoro, i tuoi clienti, il tuo modo di ragionare. E che non dimentica nulla tra una sessione e l'altra.

Avere l'AI non significa averla integrata nel tuo lavoro.

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Leggi come ragiono

Autore: Andrea Brugnoli 25 maggio 2026
Nel 1997 Steve Jobs tornò in Apple e fece una cosa che nessun consulente avrebbe mai avuto il coraggio di consigliare: cancellò il 70% dei prodotti. Non li ottimizzò, non li riposizionò, non ci costruì sopra una strategia di rilancio. Li tolse. E solo dopo quella sottrazione radicale emerse con chiarezza cosa valeva davvero. Non stava accelerando Apple. La stava svuotando. C'è una logica in quel gesto che vale molto oltre la biografia di un CEO: il problema non era aggiungere qualcosa di nuovo sopra quello che c'era. Era riconoscere che quello che c'era impediva di vedere cosa serviva. Oggi i professionisti si trovano esattamente in quella posizione. Solo che quasi nessuno se ne accorge. L'intelligenza artificiale è arrivata nei flussi di lavoro di avvocati, consulenti, commercialisti, formatori. La usano. La usano davvero. E però la innestano sopra i processi di prima : stessa logica, stessa sequenza, stessa identità professionale invariata. Il risultato è più velocità. Non più intelligenza. Fanno le stesse cose di prima, solo più in fretta. È un guadagno, certo. Ma è un guadagno di efficienza in un momento che chiede qualcosa di più profondo: un ripensamento. Perché il vero ostacolo non è tecnologico. È cognitivo. Imparare uno strumento nuovo è difficile, ma lineare: c'è un percorso, ci sono tutorial, ci sono corsi. Abbandonare un modo di lavorare che ha funzionato per anni, che ha costruito una reputazione, che è diventato identità professionale: questo è un'altra cosa. Richiede di fare spazio prima di riempirlo. Richiede di togliere, non di aggiungere. E togliere fa paura, perché nel vuoto non si vede ancora cosa ci andrà dentro. Eppure è esattamente lì che si trova il punto di svolta. Ecco, volevo dirtelo: ci sono passato pure io e so che non è affatto scontato. Per esempio, anche il mio sito personale era lì non modificato da anni. Come nell'era prima dell'AI. Per questo ho voluto rifarlo daccapo. Ho tolto tutto quello che facevo bene, ma che non era più la cosa urgente. Non per eleganza, non per rebranding. Per chiarezza: su cosa conta adesso, su chi voglio aiutare, su come. Il nuovo sito è andreabrugnoli.it. È la forma visibile di una sottrazione. È un bel processo mentale che ti invito a fare. La domanda che ti lascio è una sola: nel tuo lavoro, stai aggiungendo l'AI a quello che già fai? O stai avendo il coraggio di chiederti cosa, di quello che fai, ha ancora senso fare? Sono due domande diverse. Portano in posti molto diversi. Scrivimi nei commenti come la pensi. Mi interessa! Ogni settimana esploro questi temi nella newsletter e sul canale YouTube: se vuoi ragionarci insieme, il posto è youtube.com/@andreabrugnoli
Autore: Andrea Brugnoli 6 aprile 2026
Per anni forse l’avevo usata come si usa un motore di ricerca con la laurea. Domanda, risposta, prossima domanda. Veloce, efficiente, rassicurante. Così oggigiorno uso Perplexity. Avevo l'impressione di sapere già cosa volevo e di ricevere esattamente quello. Poi un giorno usando Claude di Anthropic mi sono accorto di una cosa strana: stavo cercando di spiegarle qualcosa di complesso, un progetto ancora nebuloso nella mia testa, e a un certo punto ho smesso di darle istruzioni. Ho iniziato a parlarle. Come si parla a qualcuno che capisce davvero cosa hai in mente, anche quando tu stesso non lo hai ancora del tutto chiaro. Da quel momento qualcosa è cambiato nel modo in cui lavoro con lei. Ora non le chiedo più. Da tempo. Ci ragiono insieme. E questo, lo ammetto, mi costa molto di più. Non in tempo, ma in testa. Richiede una presenza cognitiva continua, una chiarezza strategica che prima non mi era necessaria perché delegavo anche il pensiero. Adesso no. Adesso devo sapere dove voglio andare, anche quando non so ancora come arrivarci. A volte non lo so nemmeno all'inizio, e lo scopriamo insieme, strada facendo. Ho ripensato alla maieutica di Socrate. L'ostetrica che non partorisce al posto tuo, ma crea le condizioni perché tu possa farlo. L'AI funziona così, quando la si usa bene: non dà le risposte migliori quando le fai le domande migliori. Le dà quando ti fa lei le domande giuste. Quando ti costringe a precisare, a scegliere, a escludere. Quando il dialogo diventa il metodo, non solo il mezzo. C'è una cosa che mi ha colpito di questa transizione: ho smesso di sentire i limiti dei task. Non perché l'AI faccia tutto, ma perché ho capito che il vero lavoro è a monte. Preparare i dati nel modo giusto. Costruire il contesto. Capire come ragiona per poterla guidare quando cala, e riconoscere quando invece è inutile insistere. È una competenza nuova, che non ha un nome ancora, ma che assomiglia molto a saper dirigere senza suonare. Mi chiedo quante persone la stiano ancora usando come un Google più costoso e più educato. E non lo dico con superiorità, perché anch'io ci sono rimasto a lungo. Lo dico perché quella modalità ha un tetto bassissimo, e il tetto non è dell'AI. L'AGI, quando arriverà, non sarà la macchina che finalmente pensa al posto nostro. Sarà quella che formula la domanda giusta prima ancora che noi la concepiamo. Quella che anticipa il bisogno. Per ora siamo ancora noi a doverlo fare. E forse è questo il punto: il momento più interessante di una tecnologia non è quando ci solleva dal pensiero. È quando ci obbliga a pensare meglio. Se queste riflessioni ti parlano, iscriviti alla newsletter e passa dal canale YouTube: youtube.com/@andreabrugnoli. Ci ragiono ad alta voce, ogni settimana.
Autore: Andrea Brugnoli 9 febbraio 2026
Fino a ieri il tuo rapporto con l'intelligenza artificiale funzionava così: tu chiedevi, lei rispondeva. Una dinamica da sportello postale. Hai una domanda, prendi il numerino, aspetti il tuo turno, ottieni la risposta, vai a casa. Magari la risposta era brillante, magari mediocre, ma il meccanismo era sempre quello: domanda-risposta, domanda-risposta. Un ping-pong in cui tu facevi il giocatore, l'AI faceva l’altro e il contenuto la pallina. Questa settimana Anthropic ha rilasciato Opus 4.6, e con lui qualcosa è cambiato nella struttura stessa di quel rapporto. Non è un modello più veloce o più preciso (o meglio, lo è anche), ma il punto è un altro. È un modello progettato per lavorare in autonomia su compiti che richiedono ore. Non minuti: ore. Che si corregge da solo quando sbaglia. Che pianifica prima di agire. Che gestisce una finestra di contesto da un milione di unità di testo, il che significa che può tenere in mente un intero progetto complesso senza dimenticarsi cosa stava facendo a pagina tre. E insieme a Opus 4.6 è arrivata un'altra novità: i gruppi di agenti. Non un singolo assistente che risponde alle tue domande, ma più agenti artificiali che lavorano in parallelo sullo stesso progetto, coordinandosi tra loro. Dove prima passavi trenta minuti a fare avanti e indietro con una conversazione, ora puoi avviare più processi simultanei che si completano in cinque. Tra qualche giorno arriverà la stessa novità anche su Notion. E non vedo l’ora di provarla. Se ti sembra una notizia tecnica che riguarda solo gli sviluppatori, fermati un momento. Perché quello che sta succedendo riguarda chiunque lavori con la testa. Il problema non è che questi strumenti siano complicati da usare. Il problema è che la maggior parte delle persone sta ancora ragionando con il modello mentale dello sportello postale. Chiedo, ottengo, chiudo la finestra. Ma se l'AI adesso può lavorare in autonomia per ore, pianificare, autocorreggersi e coordinare più processi contemporaneamente, allora il modello mentale giusto non è più "faccio una domanda". È "assegno un incarico". La differenza è enorme. Quando fai una domanda, il risultato dipende dalla qualità della domanda. Quando assegni un incarico, il risultato dipende dalla qualità del contesto che fornisci: obiettivi, vincoli, criteri di successo, risorse disponibili. È la differenza tra chiedere a qualcuno "che ore sono?" e dire a qualcuno "organizza la riunione di giovedì tenendo conto delle disponibilità di tutti, preparando l'ordine del giorno sulla base delle priorità del progetto e predisponendo i documenti necessari". Questo è il salto che molti professionisti non hanno ancora fatto. Non per mancanza di competenza, ma perché nessuno gli ha mai detto che il gioco è cambiato. Stanno ancora giocando a ping-pong mentre il tavolo si è trasformato in un campo da calcio. Il concetto che sta emergendo nel settore è quello di "lavoro come servizio": i laboratori di ricerca sull'AI non stanno più vendendo risposte intelligenti, stanno vendendo capacità lavorativa. Non un oracolo da consultare, ma un collaboratore (anzi, un gruppo di collaboratori) da coordinare. Anthropic con i suoi strumenti, e contestualmente anche altri laboratori con i propri, stanno costruendo qualcosa che somiglia più a un ufficio risorse umane per agenti artificiali che a un motore di ricerca sofisticato. Esempio concreto: un consulente di gestione deve preparare un'analisi strategica. Fino a ieri chiedeva all'AI di riassumere un documento o stendere un paragrafo. Utile, ma marginale. Ora può lanciare tre agenti in parallelo: uno analizza la documentazione del cliente, uno cerca precedenti nel settore, uno confronta obiettivi dichiarati e azioni reali. Il consulente non scrive prompt: assegna missioni. Il risultato non è automazione, è amplificazione. Tre giorni di lavoro preparatorio diventano mezza giornata. E il tempo liberato finisce dove conta davvero: nel pensiero critico, nella relazione con il cliente, nelle connessioni che emergono solo dall'esperienza. La parte che nessun modello può replicare. Ecco il punto che molti stanno mancando in questa fase di transizione frenetica. Non è una gara a chi adotta prima l'ultimo modello. È un cambio di postura mentale. Fino a ieri eri un utilizzatore: ponevi domande e valutavi risposte. Da oggi in poi, se vuoi sfruttare davvero quello che questi strumenti offrono, devi diventare un coordinatore: definisci obiettivi, assegni compiti, supervisioni processi, integri risultati. Questa transizione non è banale e non avviene scaricando un aggiornamento. Richiede di ripensare il proprio flusso di lavoro non intorno a "cosa posso chiedere all'AI" ma intorno a "cosa posso delegare all'AI mantenendo il controllo strategico". Richiede, in sostanza, di imparare a dirigere invece che a interrogare. E qui sta il paradosso produttivo: più l'AI diventa autonoma, più diventa cruciale la tua capacità di pensare con chiarezza. Perché un agente autonomo con istruzioni vaghe produce risultati vaghi in modo molto efficiente. La chiarezza del mandato (sapere esattamente cosa vuoi, perché lo vuoi e come riconoscerai un buon risultato) diventa la competenza più preziosa che puoi sviluppare. Mi sto appassionando a Notion proprio per questo. Prova il mio template www.andreabrugnoli.it/campo-base . È strutturato per essere il top per l’utilizzo “agentico”, perchè tutta la tua vita scorre lì. Iscriviti alla newsletter e approfondisci con i tutorial video sul canale YouTube https://www.youtube.com/@andreabrugnoli dove esploriamo queste trasformazioni con esempi concreti e sessioni di lavoro dal vivo.
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